Last Banner, la condanna diventa definitiva: Dino Mocciola, capo storico dei Drughi, va in carcere con otto anni
Le difese hanno ritirato il ricorso in Cassazione che doveva essere discusso lunedì 19 ottobre: la pena è diventata irrevocabile per lui e per altri due imputati, e i decreti di esecuzione sono già stati emessi. Si chiude così, dopo più di sette anni, l'inchiesta nata da una denuncia della Juventus.

Otto anni di reclusione, e stavolta senza più appelli. Dino Mocciola, storico leader dei Drughi, il gruppo ultras della Juventus, va in carcere: la condanna per i fatti emersi nell'inchiesta Last Banner è diventata irrevocabile. Non c'è stata una sentenza a chiudere la partita. Sono state le difese, gli avvocati Giuseppe Del Sorbo e Roberto Atzei, a ritirare il ricorso in Cassazione presentato per lui e per altri due imputati. L'udienza era fissata per lunedì 19 ottobre. Per tutti e tre i decreti di esecuzione della pena sono già stati emessi.
La strada era segnata da un anno. La Cassazione si era già pronunciata confermando diverse sentenze impugnate, con una sola eccezione: un vizio di motivazione, rimandato a un nuovo processo d'Appello, sulla richiesta di 25 biglietti gratuiti per le partite allo stadio. Con la rinuncia all'ultimo ricorso il quadro processuale si chiude lì.
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Un'inchiesta partita dalla Juventus
Il punto da cui ripartire è il 16 settembre 2019, quando la Digos di Torino fece scattare l'operazione Last Banner contro le frange estreme del tifo bianconero, a Torino e in diverse altre città d'Italia. Le accuse spaziavano dall'associazione a delinquere all'estorsione aggravata, fino all'autoriciclaggio e alla violenza privata. E tutto era nato da una denuncia della società, che si era accorta di una serie di anomalie in curva. Gli inquirenti parlarono di «incontrovertibili elementi probatori in merito a una precisa strategia estorsiva posta in essere dai leader dei principali gruppi ultrà bianconeri nei confronti della citata società calcistica».
Va detto chiaramente, perché nel dibattito da curva si tende a dimenticarlo: in questa storia la parte lesa era la Juventus. È stato il club a mettere nero su bianco quello che succedeva sugli spalti e a portarlo in Procura. Chi tifa Juve ha tutto l'interesse a che il nome della squadra non venga usato come leva per pretendere qualcosa. Il tifo organizzato vive di passione e di presenza, e lo Stadium senza la sua curva è più povero. Ma una cosa è il tifo, un'altra è quello che i giudici hanno accertato con tre gradi di giudizio.
La notizia arriva in un ottobre in cui il rapporto fra la tribuna e il club è già teso per conto suo. Il 10 ottobre la Curva Sud ha sfilato in corteo contro le sanzioni e la dirigenza, poi è rimasta fuori da Juventus-Lazio, finita con lo 0-3 e con i fischi dell'Allianz Stadium. Pochi mesi prima, dopo il derby d'Italia del 24 maggio, la Digos di Torino aveva chiuso un'altra indagine con oltre 40 Daspo e una ventina di misure cautelari sulle due tifoserie. Sono vicende diverse e non vanno mescolate. Messe in fila, però, dicono che la questione dell'ordine pubblico intorno alla Juventus non si è chiusa con Last Banner.
Noi la domanda scomoda la facciamo: la curva bianconera ha davvero voltato pagina rispetto a quegli anni, o è cambiato solo chi sta in prima fila? Nessuna sentenza ci darà la risposta, ce la daranno gli spalti. Domani alle 18:45 l'Allianz Stadium ospita il Rennes in Europa League, con una squadra che ha bisogno del suo pubblico come raramente è successo negli ultimi anni. Conterà come quel pubblico si presenterà.
Fonte: TorinoToday



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