Totti: «Ho rischiato di morire di Covid, come mio padre»
In un'intervista al Corriere della Sera l'ex capitano racconta i 21 giorni di febbre a 39 dopo il ritiro e torna sul possibile futuro in giallorosso: «Non voglio fare la bella statuina».

Francesco Totti torna a raccontarsi, e lo fa toccando un punto che finora aveva lasciato sullo sfondo: il rischio reale di morire di Covid, nello stesso modo in cui se n'era andato suo padre. «Ho rischiato di morire. Morire di Covid, come mio padre. Stavano per ricoverarmi, avevo 87 di saturazione e una broncopolmonite fortissima. Ho passato 21 giorni con la febbre a trentanove e non respiravo», racconta l'ex capitano al Corriere della Sera. A tirarlo fuori da quella fase fu una telefonata del professor Zangrillo, che gli suggerì di dormire con il torace appoggiato al letto per aprire i polmoni. «Ne sono uscito, ma me la sono vista brutta», chiude Totti su quei giorni.
Prima del Covid, un altro passaggio buio, quello legato alla fine della carriera: «C'è stato un momento in cui ho rischiato la depressione», dice, descrivendo il vuoto arrivato appena smesso di giocare — «Mi sentivo solo in mezzo all'oceano [...] mi mancava la terra sotto ai piedi».
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Nell'intervista torna anche il rapporto con Luciano Spalletti: i due hanno fatto «solo uno spot insieme», ma secondo Totti restano attriti del passato mai davvero chiariti. «Nell'ultimo anno ci sono stati problemi, attriti velenosi che secondo me venivano dall'alto, dalla società. Qualcuno lo ha convinto che io abbia tramato per mandarlo via. Ma è vero il contrario», dice, ricordando che l'allenatore «mi faceva giocare anche con una gamba sola» e che per lui «veniva prima di tutto l'interesse della Roma, della squadra, dei tifosi».
Su Gian Piero Gasperini il giudizio è netto e positivo: «Di lui ho un'opinione bellissima, è riuscito a far innamorare il popolo giallorosso, a costruire un gruppo unito, solido, che ha voglia di dimostrare e voglia di vincere». Parole che arrivano a pochi giorni dall'incontro all'Olimpico del 14 ottobre, il primo mai avvenuto tra Totti e la dirigenza del club, quando l'ex capitano aveva chiuso la porta a un ruolo operativo con un secco «Non torno».
Proprio sul possibile ritorno, però, Totti riapre uno spiraglio diverso da quello che il «Non torno» lasciava intendere. Ricorda di aver lasciato tre anni e mezzo di contratto ai tempi della proprietà Pallotta perché non voleva «fare la bella statuina», e che da dirigente veniva chiamato solo per «mettere pezze» nei momenti di difficoltà. «Io mi sentivo parte e volevo essere nel progetto, non un uomo immagine. E anche ora questo non voglio fare. Se hanno bisogno della mia conoscenza del calcio, sono qui», dice. Sul centenario del club, il 22 luglio 2027, è netto: lo festeggerà «con la gente di Roma, con i romanisti».
Resta la domanda che la piazza si fa da anni e che questa intervista non chiude: cosa significhi davvero, per Totti, un ruolo «non da bella statuina» alla Roma. Quattro giorni dopo un «Non torno» pronunciato a pochi minuti da Roma-Real Madrid, ora parla di una disponibilità condizionata a un coinvolgimento vero. Due dichiarazioni che possono convivere — un «no» a un ruolo di facciata non è necessariamente un «no» a tutto — ma che lasciano la stessa sensazione di sempre: della sua figura nel club si parla per frasi sparse, non per un progetto dichiarato da nessuna delle due parti.
Fonte: ForzaRoma


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