La Juve non vince in Europa da trent'anni, a Spalletti manca ancora il primo titolo internazionale
L'ad Giovanni Carnevali apre alla vigilia di Vigo: «La Juve vuole vincere quel trofeo». Dietro la frase c'è un digiuno che dura dal 1996 e un allenatore che, a differenza dei suoi colleghi, un trofeo internazionale non l'ha mai alzato.

«L'Europa League è difficile, perché giocare il giovedì complica un po' le cose, ma la Juve vuole vincere quel trofeo»: lo ha detto l'amministratore delegato Giovanni Carnevali alla vigilia della trasferta di Vigo, dove domani alle 21 la Juventus affronta il Celta al Balaídos nella seconda giornata del girone. Non è una frase di circostanza: è la fotografia di una stagione che ha già cambiato obiettivo dichiarato.
Lo stesso Carnevali lo ammette senza giri di parole: «A inizio stagione Luciano ripeteva che gli mancava la Champions e lo capivo. Ora non lo dice più». Il motivo è già scritto nei fatti: la qualificazione Champions mancata al termine della stagione scorsa, quando la Juve è finita fuori dalle prime quattro, è la ragione per cui quest'autunno i bianconeri giocano l'Europa League invece della coppa più ricca. Ridimensionare l'ambizione a stagione in corso non è un dettaglio: è la certificazione che il piano A è già saltato, e la società lo dice a voce alta invece di far finta di niente.
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Il numero che pesa di più, però, riguarda l'Europa in generale, non solo la Champions. L'ultimo trofeo continentale della Juventus porta la data del 1996: la Coppa dei Campioni alzata a Roma dopo i rigori contro l'Ajax, la cui ricorrenza il club ha festeggiato proprio a maggio scorso. Da quella notte sono passati trent'anni esatti, e il prossimo 5 febbraio arriverà anche il trentennale della Supercoppa europea vinta nelle settimane successive. Più indietro ancora, nella stagione 1992-93, c'è l'ultima Coppa Uefa, quella di Roberto Baggio: un'epoca che sembra un altro sport. Nel mezzo, solo delusioni, l'ultima delle quali porta la firma del Siviglia, che nel 2023 eliminò la Juve in semifinale di Europa League.
C'è poi un digiuno più personale, quello di Spalletti. A Nyon, negli uffici Uefa, il suo nome compare accanto a quelli di Arrigo Sacchi, Marcello Lippi, Giovanni Trapattoni e Fabio Capello: la geografia dei grandi allenatori italiani. Ma a differenza loro, e a differenza di colleghi come Maurizio Sarri (Europa League col Chelsea), Roberto Mancini (l'Europeo con l'Italia), Gian Piero Gasperini (Europa League con l'Atalanta) ed Enzo Maresca (Conference League col Chelsea), Spalletti non ha mai vinto un trofeo internazionale. Non per carenza di bacheca: tra Roma, Zenit e Napoli ha vinto più titoli di quasi tutti i nomi appena citati, scudetto compreso, con la sola eccezione di Mancini. Gli manca solo quello che a Torino, da trent'anni, manca a tutto il club.
È la lettura che la società sta provando a vendere alla piazza: non una resa, ma un'opportunità con un nome diverso da quello sognato a luglio. Il rischio è scambiare la necessità per scelta: la Juve non gioca l'Europa League perché l'ha preferita alla Champions, la gioca perché a maggio non ce l'ha fatta, e lo stesso Spalletti lo sa bene, al punto da non pronunciare più la parola che ripeteva a inizio stagione.
Sul campo, Spalletti ha già passato la pagina di Cagliari: ieri ha rivisto con la squadra i video del pareggio contro i sardi, poi ha impostato le rotazioni per Vigo. Zeki Çelik, fermato da un mal di schiena, ieri non si è allenato e solo oggi si saprà se riposerà a Torino o accompagnerà la squadra in panchina; al suo posto si profilano dal primo minuto i rilanciati Gatti e Kelly ai lati di Bremer, con Cambiaso sulla fascia, Alajbegović sulla trequarti e Woltemade unica punta. Dopo il 5-0 al debutto contro il NEC Nijmegen, un'altra vittoria al Balaídos non cancellerebbe trent'anni di digiuno continentale, ma darebbe a Spalletti un passo in più verso il trofeo che, da solo fra i suoi pari, ancora non ha.
Fonte: La Gazzetta dello Sport


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