Il torto di Allegri: aver creduto a Manna e De Laurentiis sulla rosa
Si fa strada una lettura che rovescia il giudizio sulla scorsa Champions League: il trentesimo posto non fu uno scandalo, ma la vera misura di una squadra a fine ciclo. E il conto, oggi, lo paga Allegri.

Il trentesimo posto nella fase a girone unico di Champions League della scorsa stagione fu raccontato come un'anomalia, quasi un incidente di percorso per una squadra che in campionato chiudeva seconda con 76 punti. Una lettura che adesso viene ribaltata: quella classifica europea — una vittoria, due pareggi, cinque sconfitte in otto gare, compreso il 6-2 subito dal PSV, la peggiore sconfitta europea della storia del club — non sarebbe stata un'eccezione, ma la fotografia reale di un organico già a fine corsa, tenuto a ridosso dell'Inter in campionato solo dalla ferocia agonistica di Antonio Conte.
Il quarto scudetto, quello del 2024-25, arrivò già in una condizione limite: lo stesso Conte, l'allenatore che lo vinse, ha poi raccontato a The Athletic un'esperienza «meravigliosa» ma capace di consumargli «tutte le energie». Se quella squadra era già a fine corsa nella primavera scorsa, la domanda che la lettura di oggi riapre è quanto di quella stanchezza sia rimasta dentro una rosa rinnovata solo in parte, e quanto Allegri abbia costruito le sue certezze estive su basi che non c'erano.
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Perché il torto che gli viene attribuito ha due nomi precisi: Allegri avrebbe creduto, per tutta l'estate, alle rassicurazioni di Giovanni Manna e di Aurelio De Laurentiis sulla forza e la competitività dell'organico che gli veniva consegnato. Un mercato chiuso il 1° settembre con un saldo negativo di circa 47,5 milioni di euro, con Lucca arrivato dall'Udinese per 35 milioni pareggiati dalla cessione di Gutiérrez al Bayer Leverkusen per 26.
Il conto di quelle rassicurazioni si legge oggi nei numeri: ottavo posto in campionato con 10 punti dopo sei giornate, e zero punti in due partite di Champions League dopo il ko d'esordio con l'Arsenal e il 3-1 di martedì a Villarreal.
Nella ripresa di quella gara trova ora una spiegazione più precisa anche l'episodio che ha tenuto banco ieri: «Gli avevo chiesto di invertire la sua posizione in campo con quella di McTominay, ma purtroppo non ci siamo capiti», la versione di chi aveva dato l'indicazione dalla panchina. De Bruyne non ha arretrato come richiesto, mentre i compagni si aspettavano da lui segnali di guida che non sono arrivati.
Il tema che questa lettura riapre è scomodo e riguarda la testa, non le gambe: se l'organico era già quello di una squadra a fine ciclo, la responsabilità non è più solo tattica, è societaria. Chi ha costruito un mercato in perdita puntando su un gruppo che un anno fa non reggeva l'urto della Champions, e chi in panchina ci ha creduto fino in fondo, sono due colpe diverse che la classifica di oggi mette sullo stesso piano.
Sabato alle 15 al Penzo, contro un Venezia che ha appena cambiato tecnico affidandosi a Nicola, il Napoli si gioca la prima risposta di campo a questa lettura: non basterà vincere, servirà vincere giocando da squadra che crede ancora di valere la Champions e non il trentesimo posto.
Fonte: Il Napolista




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