Juventus-Lazio 0-3: i numeri che spiegano il crollo
Tre gol su tre tiri in porta della Lazio e un attacco fuorigioco sei volte: i dati dietro la sconfitta interna.

Il primo dato che pesa è questo: la Lazio ha tirato in porta tre volte e ha segnato tre volte. Non un episodio isolato ma un pattern per tutta la partita, aperto al 37' dal gol di Provstgaard su assist di Zaccagni, proseguito con la traversa di Tavares al 44' che poteva già chiudere il primo tempo sul 2-0. Quando un avversario trasforma ogni occasione da gol in rete, la differenza non la fa la sfortuna: la fa la capacità di arrivare a tiro puliti, e quella sera la Lazio l'ha avuta sistematicamente.
Dall'altra parte, la Juventus ha chiuso con 58% di possesso palla ma solo 2 tiri in porta su 8 totali: un possesso che non si è tradotto in pericolosità reale. A questo si aggiunge un dato che racconta molto del momento della squadra, il fuorigioco: 6 volte contro l'unica della Lazio. Un attacco che si fa cogliere fuori posizione così spesso non è questione di episodi, è un reparto che non trova le misure giuste per attaccare la profondità.
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Nella ripresa Spalletti ha provato a cambiare qualcosa, con Conceição al 67' e Zhegrova al 68', poi Cambiaso al 74' e Boga all'87'. Ma il secondo gol della Lazio, firmato Isaksen al 66' su assist di Tavares, è arrivato proprio nei minuti in cui la partita si decideva, prima ancora che i cambi potessero incidere. Il punteggio si è poi chiuso all'89' con Dele-Bashiru, lanciato da Pinamonti: un terzo gol subito che certifica quanto la distanza vista in campo fosse reale, non un'impressione.
Resta il dato dei corner, 7 a 5 per la Lazio, e quello delle parate: 2 per Lazio contro lo 0 di Vicario, segno che l'attacco bianconero non ha mai costretto il portiere avversario a interventi decisivi. Tre gol di scarto in casa, con un attacco che fatica a trovare la porta e un reparto offensivo che si fa fermare in fuorigioco più del doppio delle volte rispetto a prima della sosta: sono questi i fatti su cui la squadra e lo staff dovranno lavorare, senza alibi e senza nascondersi dietro il possesso palla.




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