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Spalletti e le «scuderie»: dopo il 2-0 al Napoli attacca la narrazione sulla Juve, ma i fischi a Kolo Muani non li ha scritti nessuno

Arginata la crisi, Spalletti si sfoga in conferenza stampa: «siamo in 13», e a chi racconta che la Juve deve vincere il campionato «gli viene raccontata una bugia». Dice che l'ambiente è condizionato, ma il fischio a Kolo Muani lo hanno fatto i tifosi.

Luciano Spalletti
Luciano Spalletti — Foto: Quirinale · Attribution

Il giorno dopo il 2-0 al Napoli, Luciano Spalletti non festeggia: si toglie i sassolini. In conferenza stampa parte dall'emergenza: «Noi ora non si può essere paragonati a nessuno perché siamo in 13». Poi cita le «scuderie»: «Poi alle scuderie gli va bene dire "Eh, ma la Juventus deve vincere il campionato", mentre altri forse devono lottare per entrare in Champions. Quelli che hanno la scuderia da portare avanti, di quello che gli fa piacere portare avanti».

Non fa un nome. Il bersaglio è una narrazione diffusa, quella che a suo dire gonfia le attese su una squadra già alle prese con gli indisponibili, e che alla vigilia aveva fatto del Napoli un esame per lui. Il paragone con gli avversari è esplicito: la Juve e il Napoli partivano dagli stessi 14 punti, ma lui dice di esserci arrivato «diversamente». Il motivo, aggiunge rivolto ai giornalisti, «lo sapete voi».

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Una bugia, dice lui. I fischi, però, erano veri

Spalletti sostiene che raccontare al pubblico che la Juve debba vincere il campionato sia «una bugia» e che «probabilmente qualcuno ci casca». Su un punto ha ragione: dopo 10 giornate siamo 7° con 17 punti, a 11 dalla Lazio che comanda con 28 e a 6 dal quarto posto del Como. Nessuno, a ottobre, ci chiede o ci promette lo scudetto. Il minimo, però, resta rientrare tra le prime quattro, e oggi siamo sotto quella soglia.

Il passaggio che convince meno è quello in cui lega la narrazione esterna ai fischi per Kolo Muani. Domenica l'Allianz Stadium ha fischiato un attaccante che in Serie A aveva un solo gol in otto partite da titolare, quello di Cagliari. Per chi era sugli spalti, i fischi nascevano da quello che vedeva in campo. Le «scuderie» c'entrano poco. Una piazza esigente fino all'ingratitudine, come la nostra, non ha bisogno che qualcuno le suggerisca quando disapprovare.

Non è un copione nuovo. A gennaio, dopo le polemiche per il rigore sbagliato da David contro il Lecce, Spalletti se la prese con «quelli che hanno a cuore gli amici che hanno da un'altra parte» e con i «videini» fatti con il cellulare. Anche allora il bersaglio era un esterno vago, utile a compattare il gruppo. Lo capiamo: dopo Genova, con la società che aveva chiesto scusa ai tifosi e Carnevali che aveva riunito la squadra, un nemico fuori dallo spogliatoio fa comodo.

Il rischio è che il nemico diventi un alibi. Sul fatto che la rosa sia ridotta ha ragione, e lo dicono i nomi dell'infermeria: Locatelli, Yıldız, Çelik, González, Thuram, Grabara, con McKennie uscito all'intervallo per l'adduttore. Quei 13 uomini però sono l'altra faccia della stessa medaglia: se la rosa è corta, la prima domanda tocca a chi l'ha costruita e a chi la allena. Il 2-0 al Napoli ci ha dato respiro, non una risposta.

Giovedì alle 21 all'AFAS Stadion, contro l'Alkmaar in Europa League, saremo ancora senza Yıldız, e Spalletti dovrà ancora scegliere con quei 13. Lì si vedrà se il fortino serve a qualcosa, o se basta guardare cosa succede in campo.

Il video ufficiale

Fonte: La Gazzetta dello Sport

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