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Martino, l'esordio contro la Fiorentina e un solo anno in bianconero: lo scudetto del 1950, poi i cavalli

«Zampa di velluto» debuttò in Serie A l'11 settembre 1949 contro la Fiorentina, vinse 5-2 e segnò subito. Chiuse la stagione con 18 gol e lo scudetto, poi tornò in Sudamerica.

Martino
Martino — Foto: zazoom.it

L'11 settembre 1949 Rinaldo Martino giocò la prima partita in Serie A e segnò. L'avversaria era la Fiorentina, la stessa che domenica alle 20:45 ci aspetta al Franchi. Finì 5-2. Non aveva giocato nemmeno un'amichevole: «Non giocai amichevoli. Arrivai e debuttai», avrebbe raccontato anni dopo. Nella storia bianconera fu la prima partita di un'annata che si chiuse con lo scudetto.

Il titolo mancava da quindici anni. Le cinque stagioni precedenti erano state del Grande Torino, fino alla tragedia del 1949 che colpì tutta l'Italia. Gianni Agnelli, presidente dal 1947, aveva promesso che «Torino avrà presto un nuovo squadrone». Per costruirlo puntò sui primi grandi acquisti stranieri. I danesi Hansen e Præst portavano la forza fisica. Alla squadra serviva qualcuno con il tocco, e lo trovò a Rosario: Martino, nato il 6 ottobre 1921. A suggerirlo fu Renato Cesarini, che gli chiese se avesse voglia di venire in Italia. Secondo lui quel calcio fatto di scatto breve, tocco rapido e movimenti negli spazi era perfetto per il nostro campionato. Martino accettò e Cesarini lo raccomandò alla Juventus.

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In Argentina era già un nome importante. Nel 1946, al San Lorenzo, aveva formato con Armando Farro e René Pontoni il «trio de oro»: 90 gol in un campionato vinto. In patria lo chiamavano «Mamucho», per colpa di una frase sbagliata. Voleva dire che la squadra aveva giocato meglio nel secondo tempo e gli uscì «jugamos más mucho». Il compagno Bartolomé Colombo lo prese in giro, e il soprannome gli rimase. Nella Coppa America del 1945, contro l'Uruguay, saltò tre avversari, finse il tiro e superò Roque Máspoli con un pallonetto. In Sudamerica quel gol è ricordato come «el gol de América». L'Argentina vinse la partita e il torneo.

Un anno solo, ma che anno

Jesse Carver lo schierò da interno destro accanto a Boniperti. In attacco con loro c'erano Muccinelli, Hansen e Præst. Nei primi tempi lo aiutarono Volante, che lo accompagnava anche agli allenamenti, e Gigi Peronace, che gli faceva da interprete con l'allenatore inglese. La Juve vinse lo scudetto con quattro giornate d'anticipo: 62 punti, cinque più del Milan, 28 vittorie, 100 gol segnati e 43 subiti. Hansen fu capocannoniere con 28 reti, Boniperti ne segnò 21 e Martino 18. Il suo modo di calciare lo spiegò lui: «Non mi è mai piaciuto tirare con potenza, ho sempre cercato di piazzarla». Da lì nacque il soprannome di «Zampa di velluto». Era figlio di genitori italiani e il 30 novembre 1949 giocò con l'Italia contro l'Inghilterra, a White Hart Lane. Perdemmo 2-0 e fu la sua unica presenza in azzurro. Con l'Argentina aveva giocato 20 partite e segnato 15 gol.

Nel 1950 lasciò Torino. La moglie, sposata poco prima di partire, non si era ambientata in Italia. Lui però la raccontava in un altro modo: «Mi interessavano molto le corse». Alla domanda se parlasse di automobili rispose: «No, quelle dei cavalli!». Poi giocò con il Nacional di Montevideo, il Boca Juniors e il Cerro. Nel 1962 a Buenos Aires fondò il Caño 14 con Atilio Stampone e Vicente Fiasché. Per diciotto anni quel locale ospitò alcuni dei nomi più importanti del tango argentino.

A noi questa storia fa pensare a una cosa precisa. Quella Juve ripartì da un'idea chiara: dopo la forza dei danesi, mancava il tocco, e andò a prenderlo. Ottenne lo scudetto al primo tentativo e perse il fuoriclasse dopo una sola stagione. Oggi l'ultimo scudetto è del 2019-20, siamo settimi con 17 punti e il quarto posto è a sei lunghezze. Per una squadra costruita in fretta, a ogni sessione di mercato, la domanda di allora vale ancora: chi arriva resta abbastanza da diventare la Juve?

Domenica al Franchi, nell'ultima partita prima della sosta, si gioca contro la squadra che vide esordire Martino. A Spalletti non serve un altro Martino. Gli serve qualcuno che segni quando la partita lo richiede.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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